Ogni anno in Italia muoiono circa 650.000 persone. Ognuna di loro lascia dietro di sé non solo beni fisici — immobili, auto, gioielli, conti bancari tradizionali — ma una dimensione sempre più ricca e complessa: la vita digitale. Conti online, investimenti su piattaforme digitali, criptovalute, wallet di pagamento, abbonamenti attivi, account su decine di servizi. Un patrimonio che esiste, che ha valore, e che nella maggior parte dei casi nessuno sa dove trovare.
Come commercialisti che seguono quotidianamente famiglie e imprenditori italiani, ci troviamo sempre più spesso ad affrontare successioni dove una parte significativa del patrimonio del defunto è digitale — e dove gli eredi si trovano a dover ricostruire un quadro che il loro caro non aveva mai documentato. Questa guida nasce per dare risposte concrete a domande che i nostri clienti ci pongono con crescente frequenza: cosa succede legalmente a questi asset? Chi può accedervi? Quanto tempo ci vuole? E soprattutto — cosa si può fare per evitare il caos?
Il quadro normativo italiano: cosa dice la legge sull’eredità digitale
L’Italia non ha ancora una legge organica sull’eredità digitale — una lacuna che il legislatore prima o poi dovrà colmare, ma che oggi crea incertezza reale per famiglie e professionisti. Il riferimento normativo principale resta il Codice Civile italiano, che disciplina la successione (artt. 565-809 c.c.) e si applica in linea di principio anche agli asset digitali, nella misura in cui questi abbiano valore patrimoniale.
Il principio generale è che i beni digitali con valore patrimoniale si trasmettono agli eredi come qualsiasi altro bene. Questo vale per i saldi dei conti correnti online, per i portafogli di investimento digitali, per le criptovalute detenute su exchange centralizzati, e per qualsiasi altro asset digitale misurabile in termini economici. Il problema non è giuridico — il diritto degli eredi è riconosciuto — ma pratico: come esercitare quel diritto se non si sa cosa esiste e dove si trova?
Sul fronte europeo, il Regolamento UE n. 650/2012 (in vigore dal 17 agosto 2015) ha armonizzato le norme sulla successione transfrontaliera, introducendo il Certificato Successorio Europeo — uno strumento utile quando gli asset digitali sono detenuti su piattaforme di altri paesi UE. Per gli asset su piattaforme extra-UE (come molti exchange di criptovalute registrati fuori dall’Europa), la situazione è più complessa e dipende dalla legge dello Stato in cui la piattaforma ha sede legale.
Il GDPR (Regolamento UE 2016/679) introduce un’ulteriore complicazione: i dati personali del defunto, in linea generale, non rientrano nella protezione del GDPR dopo la morte — il Regolamento protegge solo le persone in vita. Tuttavia, i singoli stati membri possono introdurre norme che estendono alcune tutele ai dati post-mortem. L’Italia non ha ancora legiferato specificamente in materia, ma il Garante Privacy ha emesso alcune indicazioni di orientamento.
Il punto cruciale dal punto di vista legale: gli eredi hanno diritto agli asset digitali del defunto, ma le piattaforme digitali applicano le proprie policy interne — che variano enormemente da provider a provider — e spesso richiedono documentazione specifica che può richiedere settimane o mesi per essere raccolta. Il diritto c’è; l’accesso pratico è tutt’altro che garantito.
Conti correnti online: cosa succede concretamente
I conti correnti online — ING, N26, Illimity, Widiba, Hype, e i conti digitali delle banche tradizionali come Intesa Sanpaolo o UniCredit — sono in tutto e per tutto conti bancari, soggetti alle stesse norme successorie dei conti fisici. Ma il processo di accesso per gli eredi è diverso, e spesso più lento.
Alla morte del titolare, il conto viene formalmente bloccato. Questo significa che:
- Nessuna operazione può essere eseguita, né in uscita né in entrata
- Gli addebiti automatici (mutuo, utenze, abbonamenti) vengono sospesi
- Le eventuali entrate automatiche (stipendi, pensioni, affitti) restano bloccate sul conto
Per sbloccare il conto e trasferire i fondi agli eredi, le banche italiane richiedono tipicamente: il certificato di morte, la dichiarazione di successione presentata all’Agenzia delle Entrate (obbligatoria quando il valore dell’eredità supera i 100.000 euro o include beni immobili), i documenti di identità di tutti gli eredi, e — nei casi di successione intestata o con più eredi — spesso anche un atto notarile.
I tempi reali: nella nostra esperienza di studio, il processo dall’apertura della pratica al trasferimento effettivo dei fondi richiede in media tra i 2 e i 5 mesi per i conti bancari tradizionali, e tra i 3 e i 6 mesi per i conti online. La variabile più critica è la raccolta della documentazione richiesta — soprattutto quando gli eredi non sanno esattamente presso quali istituti il defunto aveva conti attivi.
Un dato che colpisce: secondo stime del settore bancario italiano, ogni anno rimangono non reclamati circa 150-200 milioni di euro su conti bancari di cui gli eredi ignorano l’esistenza. Dal 2015, la Legge n. 166/2005 (cosiddetta “legge sui conti dormienti”) prevede che i conti inattivi da 10 anni vengano trasferiti al Fondo per le vittime dell’usura gestito dalla Consap — ma questo non significa che il denaro vada perso definitivamente, solo che il recupero diventa molto più complesso.
Investimenti online: Fineco, Trade Republic, Directa, Degiro e gli altri
Le piattaforme di investimento online rappresentano una delle aree di maggiore rischio nella successione digitale — proprio perché negli ultimi cinque anni hanno avuto una crescita esplosiva. Il numero di italiani che investono autonomamente su piattaforme digitali è passato da circa 1,2 milioni nel 2019 a oltre 3 milioni nel 2023, con patrimoni mediamente più elevati rispetto ai wallet di pagamento.
Per le piattaforme italiane o con sede UE (come Fineco, Directa, o la filiale europea di Degiro), la procedura di successione segue il diritto italiano e richiede sostanzialmente la stessa documentazione dei conti bancari. Per le piattaforme registrate fuori dall’UE (come alcune versioni di Trade Republic, o piattaforme americane), la situazione è più articolata: si applica la legge del paese di registrazione, la documentazione richiesta può includere traduzioni certificate, e i tempi si allungano sensibilmente.
Un caso particolarmente delicato riguarda i Piani di Accumulo (PAC): se il defunto aveva un PAC attivo con addebito mensile automatico, gli eredi devono agire rapidamente per interrompere i versamenti — che potrebbero continuare ad essere addebitati sul conto bancario anche dopo la morte, creando complicazioni ulteriori.
Esiste poi la questione delle posizioni aperte in derivati o opzioni: in questo caso, l’inerzia ha un costo reale perché le posizioni continuano a muoversi con il mercato mentre la pratica successoria è in corso. Abbiamo visto situazioni in cui la perdita subita durante i mesi di blocco procedurale ha eroso significativamente il valore dell’investimento che si stava cercando di recuperare.
Le criptovalute: il caso più critico e irreversibile
Le criptovalute rappresentano il caso più critico — e potenzialmente irreversibile — nella successione digitale. In Italia, si stima che circa 3,5 milioni di persone detengano criptovalute (fonte: Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger del Politecnico di Milano, 2023), per un valore complessivo stimato in diversi miliardi di euro. Una quota significativa di questo valore potrebbe andare perduta per sempre ogni anno, semplicemente perché gli eredi non sanno che esiste o non riescono ad accedervi.
È fondamentale distinguere due scenari radicalmente diversi:
Criptovalute su exchange centralizzati (Coinbase, Binance, Kraken, Young Platform, Crypto.com): questi sono asset custoditi da una piattaforma terza, con procedure di successione che — pur complesse — esistono. La piattaforma detiene le chiavi private; gli eredi devono seguire il processo documentale dell’exchange specifico, che varia da piattaforma a piattaforma. I tempi tipici vanno da 2 a 6 mesi. È fondamentale che gli eredi sappiano su quale exchange il defunto aveva un account — senza questa informazione, la ricerca diventa un labirinto.
Criptovalute in self-custody (wallet hardware come Ledger o Trezor, o wallet software con chiavi private gestite dall’utente): questo è il caso veramente critico. In self-custody, l’unica chiave di accesso è la seed phrase — una sequenza di 12 o 24 parole generate al momento della creazione del wallet. Senza la seed phrase, nessuna autorità legale, nessun tribunale, nessun esperto tecnico può accedere ai fondi. La blockchain non conosce eredi, non riconosce sentenze, non ha backdoor. Se la seed phrase va perduta con il titolare, le criptovalute rimangono sulla blockchain per sempre — inaccessibili, ma visibili a chiunque conosca l’indirizzo del wallet.
Sul piano fiscale italiano, le criptovalute sono state finalmente regolamentate dalla Legge di Bilancio 2023 (L. 197/2022), che ha introdotto una disciplina organica: le cripto-attività sono considerate beni e la loro cessione genera plusvalenze tassabili al 26% (con franchigia di 2.000 euro annui). In sede di successione, le criptovalute rientrano nell’attivo ereditario e vanno incluse nella dichiarazione di successione al valore di mercato alla data del decesso.
PayPal, Satispay, Revolut, Hype: i wallet digitali
I wallet di pagamento digitale sono spesso dimenticati nella pianificazione successoria — sia perché i saldi sono generalmente contenuti, sia perché molti titolari li percepiscono come strumenti di pagamento piuttosto che come depositi di valore. Ma sommati, possono rappresentare somme non trascurabili.
PayPal ha una procedura di successione formale: gli eredi devono contattare il supporto con certificato di morte e documentazione della qualità di erede, e PayPal può sbloccare il saldo a favore degli eredi o emettere un assegno. I tempi sono di solito di 4-8 settimane.
Satispay segue le normative italiane come istituto di moneta elettronica autorizzato da Banca d’Italia. La procedura richiede documentazione successoria standard e si risolve tipicamente in 30-60 giorni.
Revolut, essendo registrata nel Regno Unito (con passaporto europeo ora gestito dalla filiale lituana), applica le proprie procedure che possono richiedere documentazione aggiuntiva rispetto agli istituti italiani.
Il problema comune a tutti questi strumenti non è il recupero in sé — le procedure esistono — ma l’individuazione: sapere che il defunto aveva un account su quella specifica piattaforma, con quella email specifica. Senza questa informazione di partenza, gli eredi non sanno nemmeno dove iniziare a cercare.
Gli abbonamenti attivi: un costo che continua anche dopo la morte
Un aspetto spesso trascurato riguarda gli abbonamenti digitali attivi: Netflix, Spotify, Amazon Prime, Adobe Creative Cloud, servizi cloud, abbonamenti professionali. Questi continuano ad essere addebitati sul conto bancario o sulla carta di credito del defunto finché qualcuno non li cancella attivamente.
Nella nostra esperienza di studio, abbiamo visto famiglie che continuavano a pagare abbonamenti del defunto per mesi dopo il decesso — semplicemente perché non sapevano che esistevano e le addebiti automatici continuavano a partire dal conto. In un caso, abbiamo calcolato che una famiglia aveva pagato quasi 800 euro di abbonamenti inutilizzati nell’anno successivo alla morte del padre, prima che qualcuno facesse un audit sistematico degli estratti conto.
La cancellazione degli abbonamenti è relativamente semplice una volta che si sa quali sono — la maggior parte accetta la cancellazione via email con prova del decesso. Il problema, ancora una volta, è sapere cosa esiste.
Il dominio aziendale: l’asset più sottovalutato nelle successioni imprenditoriali
Per i clienti imprenditori, c’è un asset digitale che merita una menzione separata per la sua criticità: il dominio aziendale. Il nome del sito web dell’azienda, l’estensione che appare nelle email aziendali, la presenza digitale costruita in anni di lavoro — tutto questo dipende da un account presso un registrar (Aruba, Register.it, GoDaddy, o altri) che va rinnovato periodicamente.
Se il titolare muore e nessuno sa presso quale registrar il dominio è registrato, con quale account, e quando scade il rinnovo — il dominio può semplicemente scadere. E un dominio scaduto può essere acquisito da terzi (speculatori di dominio o, nel caso peggiore, concorrenti) rendendo il recupero costosissimo o impossibile. Il sito aziendale va offline. Le email aziendali smettono di funzionare. L’intera infrastruttura digitale costruita in anni collassa per mancanza di un’informazione che stava nella testa del titolare e da nessun’altra parte.
Questo rischio è completamente evitabile con tre righe di documentazione: nome del registrar, credenziali di accesso, data di scadenza del rinnovo. Ma quelle tre righe devono esistere da qualche parte accessibile a qualcuno di fiducia.
I tempi reali della successione digitale: un quadro realistico
Una delle cose più utili che possiamo fare come professionisti è dare ai nostri clienti aspettative realistiche sui tempi. Ecco un quadro basato sulla nostra esperienza diretta con le successioni digitali:
- Conti bancari online italiani: 2-4 mesi dalla presentazione della documentazione completa
- Piattaforme di investimento UE: 3-6 mesi, con variabilità significativa a seconda della piattaforma
- Piattaforme di investimento extra-UE: 4-10 mesi, con possibile necessità di traduzioni certificate
- Exchange di criptovalute: 2-6 mesi, variabile per exchange
- Wallet di pagamento (PayPal, Satispay, ecc.): 1-2 mesi
- Polizze vita digitali: 6-18 mesi (la liquidazione assicurativa ha i suoi tempi indipendenti)
- Criptovalute in self-custody senza seed phrase: irrecuperabili, in qualsiasi tempo
Questi tempi si sommano — e spesso si sovrappongono in modo caotico — al già complesso iter della successione tradizionale (dichiarazione di successione, eventuali pratiche notarili, distribuzione degli asset fisici). Il risultato è che una successione che include asset digitali significativi può impegnare gli eredi per 12-24 mesi in modo intensivo.
Cosa si può fare preventivamente: il ruolo del professionista
Come commercialisti, siamo nella posizione migliore per sollevare questo tema con i nostri clienti — prima che diventi un problema degli eredi. Non perché dobbiamo diventare esperti di cybersecurity o di blockchain, ma perché la conversazione sull’organizzazione del patrimonio digitale è una naturale estensione della conversazione patrimoniale che già conduciamo ogni anno.
Durante la revisione annuale, o in occasione della dichiarazione dei redditi, alcune domande semplici possono aprire una conversazione preziosa: “Ha conti online o investimenti su piattaforme digitali? Sa dove sono le credenziali di accesso? Sa se la sua famiglia saprebbe come trovarle in caso di necessità?” Non è una conversazione sulla morte — è una conversazione sulla prudenza, esattamente come quella sui fondi pensione o sulle polizze vita.
La risposta pratica a questa esigenza è un sistema strutturato di continuità digitale: uno strumento dove il cliente può raccogliere in modo sicuro le informazioni sui propri asset digitali — credenziali, istruzioni operative, contatti professionali, disposizioni personali — e renderle accessibili alle persone giuste nel momento in cui è necessario.
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Checklist operativa per gli eredi: da dove iniziare
Se ci si trova a gestire una successione che include asset digitali, questo è il percorso operativo che consigliamo ai nostri clienti:
Primo passo — Raccolta delle informazioni disponibili: accedere allo smartphone del defunto (spesso possibile con il PIN biometrico se si conosce il PIN numerico di sblocco), cercare nelle app installate quelle bancarie e di investimento, esaminare le email per individuare estratti conto, comunicazioni di abbonamento, notifiche di piattaforme. Esaminare gli estratti conto bancari degli ultimi 12 mesi per identificare addebiti ricorrenti da piattaforme digitali.
Secondo passo — Contatto con i provider: per ogni piattaforma identificata, contattare il supporto successioni (non il supporto clienti standard) con il certificato di morte. Aprire tutte le pratiche in parallelo, non in sequenza — i tempi si sommano, non si ottimizzano aspettando la conclusione di una prima di iniziare la successiva.
Terzo passo — Gestione delle urgenze: identificare e bloccare immediatamente gli abbonamenti attivi per evitare addebiti inutili. Verificare la scadenza del dominio aziendale se il defunto era un imprenditore. Segnalare al commercialista di riferimento tutti gli asset digitali identificati per la corretta inclusione nella dichiarazione di successione.
Quarto passo — Documentazione fiscale: includere nella dichiarazione di successione tutti gli asset digitali con valore patrimoniale, valorizzati alla data del decesso. Per le criptovalute, il valore va determinato con riferimento al prezzo di mercato alla data del decesso, documentato attraverso i grafici storici delle piattaforme di tracciamento (CoinGecko, CoinMarketCap).
Conclusioni: il momento di agire è adesso, non dopo
L’eredità digitale è uno di quei temi che tendono a essere rimandati all’infinito — “ci penso quando ho tempo”, “non ho abbastanza asset digitali per preoccuparmene”, “i miei eredi si arrangeranno”. Ma come sappiamo bene nella consulenza patrimoniale, i problemi che non vengono affrontati preventivamente hanno una tendenza a diventare molto più costosi e dolorosi quando si manifestano.
La buona notizia è che la soluzione non richiede settimane di lavoro. Richiede un pomeriggio di organizzazione e la decisione di affidare quelle informazioni a un sistema sicuro — non a un foglio di carta nel cassetto, non a un file su Google Drive, ma a uno strumento progettato specificamente per questo scopo.
Se vuoi approfondire questo tema con il nostro studio, o se vuoi iniziare a mettere in ordine la tua situazione digitale, ti invitiamo a visitare La Cassaforte Digitale — e a non aspettare che sia qualcun altro a dover risolvere il problema al posto tuo.
Questo articolo è redatto a scopo informativo. Per una consulenza specifica sulla tua situazione patrimoniale e successoria, ti invitiamo a contattare il nostro studio.