La dichiarazione di successione è uno degli adempimenti fiscali più delicati che un erede — o il commercialista che lo assiste — si trova ad affrontare. Non perché sia tecnicamente complicata in sé, ma perché richiede di ricostruire in modo completo e accurato il patrimonio di una persona nel momento in cui nessuno ha ancora le idee chiare su cosa esista davvero, dove si trovi, e a quanto ammonti. E negli ultimi anni, questa complessità è aumentata in modo significativo per via della componente digitale del patrimonio — una componente che molti eredi ignorano del tutto e che rischia di essere omessa dalla dichiarazione non per evasione, ma per semplice mancanza di informazione.
In questa guida analizziamo la dichiarazione di successione in modo completo: gli obblighi di legge, le scadenze, le aliquote, le esenzioni — e, in modo particolare, come gestire correttamente la componente digitale del patrimonio ereditario, dai conti online alle criptovalute, dagli investimenti su piattaforme digitali ai crediti verso piattaforme di pagamento.
Chi deve presentare la dichiarazione di successione
L’obbligo di presentare la dichiarazione di successione è disciplinato dal Testo Unico sulle Successioni e Donazioni (D.Lgs. 346/1990) e successive modificazioni. Sono obbligati alla presentazione:
- Gli eredi (legittimi o testamentari)
- I chiamati all’eredità che non abbiano ancora rinunciato
- Gli amministratori dell’eredità
- I curatori dell’eredità giacente
- Gli esecutori testamentari
- I trustee (nei casi in cui il defunto avesse costituito un trust)
Se sono presenti più soggetti obbligati, è sufficiente che la dichiarazione venga presentata da uno solo di essi — ma la responsabilità fiscale ricade su tutti solidalmente.
Quando non è obbligatoria: la dichiarazione di successione non è dovuta quando l’eredità è devoluta interamente al coniuge e/o ai parenti in linea retta (figli, genitori, nipoti diretti), l’attivo ereditario non supera i 100.000 euro, e non comprende beni immobili o diritti reali immobiliari. Questa esenzione, introdotta dalla L. 286/2006, riguarda una fascia importante di successioni italiane — ma è fondamentale verificare attentamente la soglia, perché l’inclusione di asset digitali (criptovalute, investimenti online) può far superare il limite più facilmente di quanto si pensi.
Le scadenze: quando va presentata
La dichiarazione di successione deve essere presentata entro 12 mesi dalla data di apertura della successione, che coincide con la data del decesso. Questo termine è perentorio: il mancato rispetto comporta sanzioni.
Le sanzioni per omessa o tardiva dichiarazione sono significative:
- Dichiarazione omessa: sanzione dal 120% al 240% dell’imposta dovuta (minimo 250 euro)
- Dichiarazione tardiva (presentata entro 30 giorni dalla scadenza): sanzione ridotta al 10% con ravvedimento operoso
- Dichiarazione infedele: sanzione dal 100% al 200% della maggiore imposta accertata
Il ravvedimento operoso (disciplinato dall’art. 13 del D.Lgs. 472/1997) permette di ridurre significativamente le sanzioni se si regolarizza spontaneamente, prima che l’Agenzia delle Entrate avvii un accertamento. Le riduzioni vanno da 1/9 della sanzione minima (se si regolarizza entro 90 giorni) a 1/5 (se si regolarizza oltre il termine ma prima di ricevere atti di accertamento). Consigliamo sempre di agire rapidamente se ci si accorge di aver superato o di essere in procinto di superare la scadenza.
Un caso particolare da tenere presente: se il decesso avviene all’estero, il termine si prolunga a 24 mesi. Se il defunto era residente all’estero ma aveva beni in Italia (caso sempre più frequente con le famiglie internazionalizzate), si applicano regole specifiche che è opportuno verificare caso per caso.
Come si presenta: il modello e la procedura telematica
Dal 2018, la dichiarazione di successione si presenta esclusivamente in via telematica, utilizzando il modello Dichiarazione di Successione e Domanda di Volture Catastali disponibile sul sito dell’Agenzia delle Entrate. Il software dedicato (SuccessioniOnline) è scaricabile gratuitamente dal portale dell’Agenzia.
La presentazione avviene tramite:
- Il portale dell’Agenzia delle Entrate, con autenticazione SPID, CIE o CNS
- I servizi telematici Entratel o Fisconline (per i professionisti abilitati)
- Tramite intermediario abilitato (il commercialista di riferimento)
In casi eccezionali — quando il contribuente non può utilizzare i servizi telematici per cause non dipendenti dalla propria volontà — è ancora possibile la presentazione cartacea presso l’ufficio territoriale dell’Agenzia delle Entrate competente.
Quale ufficio è competente: l’ufficio dell’Agenzia delle Entrate nella cui circoscrizione era residente il defunto al momento della morte. Se il defunto era residente all’estero, è competente l’ufficio nella cui circoscrizione era situata la maggior parte dei beni immobili presenti in Italia.
Cosa include l’attivo ereditario: il quadro completo
Uno degli aspetti più delicati della dichiarazione di successione è la corretta individuazione e valorizzazione dell’attivo ereditario. La legge richiede di includere tutti i beni e diritti che facevano parte del patrimonio del defunto alla data del decesso — inclusi, e questo è il punto critico, i beni digitali.
Beni tradizionali
I beni tradizionali sono quelli su cui la prassi è consolidata: beni immobili (valorizzati con la rendita catastale rivalutata secondo i coefficienti ISTAT), beni mobili registrati (autoveicoli, natanti, aeromobili), conti correnti e depositi bancari (al valore alla data del decesso), titoli e valori mobiliari, partecipazioni societarie, crediti, aziende e rami d’azienda.
I beni digitali: cosa va incluso e come si valorizza
La normativa fiscale italiana non prevede ancora una categoria specifica per i “beni digitali” nella dichiarazione di successione — si applicano le categorie esistenti per analogia. Ecco come si trattano i principali asset digitali:
Conti correnti e depositi online: esattamente come i conti tradizionali, al saldo alla data del decesso. Va richiesto alla banca online un estratto conto certificato alla data del decesso.
Portafogli di investimento digitali (azioni, ETF, obbligazioni su piattaforme come Fineco, Trade Republic, Degiro): si valorizzano al prezzo di mercato alla data del decesso. Per gli investimenti quotati, il valore è quello della chiusura di borsa del giorno del decesso (o del giorno lavorativo precedente se il decesso cade in un giorno di mercati chiusi).
Criptovalute — il caso più articolato: la Legge di Bilancio 2023 (L. 197/2022) ha finalmente chiarito il trattamento fiscale delle cripto-attività in Italia, equiparandole ai fini successori agli altri beni mobiliari. Devono essere incluse nell’attivo ereditario al valore di mercato alla data del decesso, documentato attraverso le quotazioni storiche delle principali piattaforme di tracciamento (CoinGecko, CoinMarketCap sono le fonti più utilizzate e riconosciute). Per le criptovalute su exchange centralizzati, va richiesta all’exchange una certificazione del saldo alla data del decesso. Per le criptovalute in self-custody, la valorizzazione è teorica finché gli eredi non riescono ad accedere al wallet — ma l’obbligo di dichiarazione sussiste comunque.
Wallet di pagamento (PayPal, Satispay, Revolut, ecc.): i saldi vanno inclusi nell’attivo ereditario. Sono assimilabili ai depositi bancari. Va richiesta a ciascuna piattaforma una certificazione del saldo alla data del decesso.
Polizze vita: un caso particolare. Le polizze vita — sia quelle tradizionali che quelle unit-linked — non rientrano nell’attivo ereditario ai fini dell’imposta di successione (sono esenti per legge, art. 12 del TUS). Tuttavia, devono essere comunque dichiarate nella dichiarazione di successione, pur non essendo soggette a imposta. Gli eredi/beneficiari devono comunicare la morte alla compagnia assicurativa e avviare la procedura di liquidazione.
Un errore comune da evitare: omettere i beni digitali dalla dichiarazione di successione perché “non si sa come dichiararli” o perché “non ci sono regole chiare”. Le regole esistono — per analogia con i beni tradizionali — e l’omissione costituisce dichiarazione infedele, soggetta a sanzioni dal 100% al 200% della maggiore imposta. La mancanza di certezza normativa non è una giustificazione valida; è semmai un motivo in più per farsi assistere da un professionista competente.
Le aliquote e le franchigie: quanto si paga
L’imposta di successione italiana, disciplinata dal D.Lgs. 346/1990 come modificato dal D.L. 262/2006, prevede aliquote e franchigie differenziate in base al grado di parentela tra il defunto e l’erede:
| Beneficiario | Aliquota | Franchigia |
|---|---|---|
| Coniuge e parenti in linea retta (figli, genitori) | 4% | 1.000.000 € per beneficiario |
| Fratelli e sorelle | 6% | 100.000 € per beneficiario |
| Altri parenti fino al 4° grado, affini in linea retta, affini in linea collaterale fino al 3° grado | 6% | Nessuna franchigia |
| Altri soggetti | 8% | Nessuna franchigia |
| Portatori di handicap grave (L. 104/1992) | 4%, 6% o 8% | 1.500.000 € per beneficiario |
La franchigia si applica per beneficiario, non per eredità complessiva — questo significa che se un defunto lascia 1,5 milioni di euro divisi tra moglie e figlio, ciascuno ha la propria franchigia di 1 milione e l’imposta si calcola solo sulla parte eccedente.
Un confronto europeo che fa riflettere: l’Italia ha tra le aliquote successorie più basse e le franchigie più alte d’Europa. In Francia, l’aliquota massima tra genitori e figli raggiunge il 45%; in Germania il 30%; nel Regno Unito l’aliquota standard è del 40% senza franchigia per patrimoni superiori a 325.000 sterline. Questo rende la pianificazione successoria in Italia relativamente favorevole — ma non significa che l’imposta possa essere ignorata, soprattutto in presenza di patrimoni significativi o di eredi non stretti.
Imposte accessorie: alla successione si aggiungono le imposte ipotecaria e catastale per i beni immobili (rispettivamente 2% e 1% del valore catastale, con minimum di 200 euro ciascuna) e i bolli e tasse varie per le volture catastali.
Le passività deducibili: cosa si può detrarre
L’imposta di successione si calcola sull’attivo netto — cioè sull’attivo ereditario al netto delle passività che la legge consente di dedurre. Non tutte le passività del defunto sono deducibili: il TUS prevede regole precise.
Passività deducibili:
- Debiti del defunto esistenti alla data della morte (mutui, prestiti, debiti commerciali) — documentati e certi
- Spese mediche e chirurgiche sostenute negli ultimi 6 mesi di vita del defunto (documentate)
- Spese funebri (fino a un massimo di 1.032,91 euro)
- Debiti tributari del defunto (imposte non ancora versate alla data del decesso)
Passività non deducibili:
- Debiti contratti verbalmente (non documentabili)
- Debiti verso eredi
- Debiti prescritti
- Debiti condizionali o contestati
Un errore frequente: non includere tra le passività i debiti tributari del defunto — imposte sui redditi non ancora versate, IVA dovuta, contributi INPS arretrati. Questi sono passività a tutti gli effetti e riducono la base imponibile dell’imposta di successione. È fondamentale che il commercialista verifichi la posizione fiscale del defunto prima di finalizzare la dichiarazione.
Il problema pratico: come si trovano gli asset digitali
Tornando al tema che tocca più da vicino le successioni moderne: uno degli ostacoli principali nella corretta compilazione della dichiarazione di successione non è la normativa (che, come abbiamo visto, esiste e si applica per analogia anche agli asset digitali), ma la difficoltà pratica di individuare gli asset digitali del defunto.
Nella nostra esperienza di studio, i passi che consigliamo agli eredi per la ricerca degli asset digitali sono:
1. Analisi degli estratti conto degli ultimi 12-24 mesi. È il metodo più affidabile per individuare piattaforme di investimento, exchange di criptovalute, wallet di pagamento e abbonamenti attivi. Ogni servizio digitale lascia tracce sugli estratti: addebiti periodici (abbonamenti), accrediti (dividendi, rimborsi), bonifici verso piattaforme identificabili. Dall’analisi sistematica degli estratti è possibile ricostruire la mappa degli asset digitali con ragionevole completezza.
2. Accesso alla casella email del defunto. Le email sono un archivio prezioso: estratti conto di piattaforme, notifiche di transazione, comunicazioni di rinnovo, ricevute di acquisto. Molte piattaforme digitali inviano comunicazioni periodiche via email che permettono di identificarne l’esistenza.
3. Esame delle app installate sullo smartphone. Le app bancarie e di investimento sono immediatamente riconoscibili. Lo smartphone è spesso la chiave di accesso (via autenticazione biometrica o PIN) a molte piattaforme digitali — se si ha accesso allo smartphone, si ha accesso a molte informazioni.
4. Esame del computer personale. Cartelle documenti, file Excel o Word con note personali, segnalibri del browser, password salvate nel browser — tutto può fornire indizi preziosi.
La difficoltà di questo processo di ricostruzione è esattamente ciò che rende prezioso un sistema di documentazione preventiva. Quando il defunto aveva organizzato le proprie informazioni digitali in modo strutturato e le aveva rese accessibili ai propri eredi o al proprio commercialista, il processo di ricostruzione per la dichiarazione di successione si riduce da settimane di investigazione a poche ore di consultazione.
Strumenti come La Cassaforte Digitale — la piattaforma italiana di continuità digitale — sono progettati esattamente per questo: permettere a una persona di documentare in modo sicuro tutti i propri asset digitali (con credenziali, istruzioni operative, valorizzazioni indicative) e renderli accessibili ai delegati designati nel momento in cui è necessario. Per i commercialisti che assistono clienti con patrimoni significativi, suggerire questo tipo di strumento è un servizio di consulenza ad alto valore aggiunto — e una protezione concreta contro la dichiarazione di successione incompleta.
La dichiarazione integrativa: quando si scoprono asset dopo la presentazione
Capita frequentemente che, dopo aver presentato la dichiarazione di successione, emergano asset che non erano stati individuati al momento della compilazione. Conti bancari dimenticati, investimenti su piattaforme identificate successivamente, criptovalute scoperte analizzando lo smartphone del defunto mesi dopo il decesso.
In questi casi, è possibile (e obbligatorio) presentare una dichiarazione integrativa, che aggiorna la dichiarazione originale con i nuovi asset individuati. La dichiarazione integrativa va presentata entro 12 mesi dalla scoperta del nuovo asset (non dalla data del decesso). Se la dichiarazione integrativa comporta un maggior debito d’imposta, questo va versato con le relative sanzioni per omessa o infedele dichiarazione — ridotte attraverso il ravvedimento operoso se ci si regolarizza spontaneamente.
Questo meccanismo ha un’implicazione pratica importante: è sempre meglio presentare una dichiarazione iniziale prudenzialmente completa (includendo anche asset di valore incerto o difficilmente quantificabile) piuttosto che una dichiarazione ridotta con l’intenzione di integrare successivamente. La dichiarazione iniziale completa evita il rischio di sanzioni per dichiarazione infedele e dimostra all’Agenzia delle Entrate la buona fede degli eredi.
Il pagamento dell’imposta: modalità e rateizzazione
L’imposta di successione risultante dalla dichiarazione va versata mediante modello F24, con i codici tributo specifici (1530 per l’imposta principale, 1531-1532-1533 per le rate successive). Il pagamento deve avvenire entro 60 giorni dalla notifica dell’avviso di liquidazione emesso dall’Agenzia delle Entrate.
Per importi elevati, è possibile richiedere la rateizzazione: il pagamento può essere dilazionato fino a 8 rate trimestrali (se l’importo supera i 20.000 euro) o 12 rate trimestrali (se supera i 20.000 euro e sono presenti particolari condizioni di difficoltà). Sulla parte rateizzata si applicano gli interessi legali.
Un punto spesso frainteso: l’imposta di successione non va versata al momento della presentazione della dichiarazione — va versata dopo che l’Agenzia delle Entrate ha liquidato l’imposta e notificato l’avviso. I tempi di liquidazione da parte dell’Agenzia variano, ma tipicamente si collocano tra i 6 e i 18 mesi dalla presentazione della dichiarazione.
Conclusioni: la dichiarazione di successione nell’era digitale
La dichiarazione di successione è sempre stata un adempimento complesso. Nell’era digitale, è diventata ancora più impegnativa — non perché le norme siano cambiate radicalmente, ma perché il patrimonio dei defunti è diventato più articolato, distribuito su più piattaforme, e spesso noto solo al suo proprietario.
Il ruolo del commercialista in questo contesto è duplice: assistere gli eredi nella corretta compilazione della dichiarazione (inclusa la componente digitale), e — ancora più importante — assistere i clienti in vita nella pianificazione preventiva che renderà quella dichiarazione molto più semplice da compilare quando sarà necessario.
Documentare i propri asset digitali, tenerli aggiornati, e renderli accessibili alle persone giuste non è solo un gesto di cura verso i propri eredi — è anche una misura pratica che protegge il patrimonio da perdite evitabili e semplifica un processo già abbastanza complicato. Per farlo in modo sicuro e strutturato, La Cassaforte Digitale è lo strumento che raccomandiamo ai nostri clienti: una piattaforma italiana progettata specificamente per raccogliere, proteggere e trasmettere le informazioni critiche sul proprio patrimonio digitale. Puoi provarlo gratuitamente per 15 giorni su lacassafortedigitale.it.
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Articolo aggiornato con riferimento alla normativa vigente (D.Lgs. 346/1990, L. 197/2022, Regolamento UE 650/2012). Per approfondimenti normativi specifici, si raccomanda di verificare gli aggiornamenti legislativi più recenti con il proprio consulente di fiducia.